Mario Calabresi - Spingendo La Notte Piu' In La'
Mario Calabresi - Spingendo La Notte Piu' In La'
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
Mondadori, 14,50 euro.
Se volessi essere fazioso potrei dire che Mario Calabresi ha scritto questo libro solo per cercare di discolpare una volta per tutte suo padre, Luigi, dalla morte di Giuseppe Pinelli. Volendo essere onesto, invece, mi vien da pensare che l'abbia scritto solamente per sfogare il dolore di un bambino che e' rimasto senza padre all'eta' di 2 anni. Quello stesso bambino che e' morto il 17 Maggio 1972, davanti alle lacrime di sua madre, vedova prematura ed annunciata, a 25 anni.
In fin dei conti e' solo di questo che parla "Spingendo La Notte Piu' In La'": di dolore.
Perche' il dolore e' qualcosa che trascende le ideologie e le differenze umane, qualcosa che unisce, anche dopo aver tragicamente diviso. La sofferenza per l'aver perso una persona cara, a volte senza un valido motivo, ci colpisce tutti allo stesso modo, siamo noi democristiani, comunisti, poliziotti, centro-questo o centro-quest'altro. E' molto piu' vero, piu' reale, piu' palpabile e sincero il dolore di una madre rispetto a qualsiasi nobile quanto utopica ideologia. Il volgare gioco di ruolo del "noi-contro-di-voi", la "verita'" contro il "nemico", semplicemente non esisterebbe se si osservasse sempre il mondo in quest'ottica; un'ottica semplice quanto universale, che non da' mai ragione o torto ma si limita a spiegare i punti di vista.
Il libro del figlio del commissario Calabresi, attualmente giornalista di Repubblica, ricrea l'intreccio degli anni di piombo incentrandolo sulle vittime del terrorismo di ogni ideologia, puntando la lente d'ingrandimento sui parenti dei morti ammazzati, quelli che muoiono anche rimanendo al mondo e che, con ordinata insistenza, lo stato ha dimenticato e abbandonato negli anni.
La lista degli uccisi e' veramente lunghissima (ne allego alcuni in calce all'articolo) e la maggior parte dei nomi sono assolutamente sconosciuti ai piu', me compreso. Si parte ovviamente da Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, passando per Aldo Moro, ma si citano anche vittime dimenticate, uccisi a volte per motivi tanto futili da risultare oggettivamente assurdi: un caso su tutti, ad esempio, quello del dottor Luigi Marangoni, direttore sanitario del Policlinico di Milano, ammazzato dalle Brigate Rosse perche' reo di aver denunciato alcuni sabotaggi compiuti da dipendenti dell'ala Autonoma, all'interno della sua struttura, che staccavano la corrente ai frigoriferi del sangue per le trasfusioni.
L'autore mette in luce come lo stato sia sia sistematicamente dimenticato dei parenti dei suoi servitori uccisi (come delle altre vittime), non fornendo alcun tipo di supporto, ne' umano ne' monetario. Una colpa veramente ingiustificabile ed imperdonabile, nel suo essere sprezzatamente inumana. E' vergognosamente d'esempio la storia di Antonia Custra, figlia del vicebrigadiere Antonio Custra, ucciso negli scontri di Via de Amicis, a Milano, il 12 maggio 1977 (la foto di Giuseppe Memeo, compagno dell'assassino di Custra, Mario Ferrandi, con la Beretta in mano in posizione di mira e' diventata una vera icona storica): diplomata al classico e studentessa universitaria di sociologia, dopo essere stata inizialmente ignorata ed abbandonata a comprensibili problemi psichici e fisici, s'iscrive ad un concorso pubblico da dipendente statale ed ottiene quello che dovrebbe essere il trattamento di favore riservato ai parenti delle vittime del terrorismo; come lavoro, pero', le viene proposto lo spazzino, in un colloquio descritto nelle pagine del libro come semplicemente umiliante. Antonia, ad ogni modo, non puo' fare altro che accettare a testa bassa e con umilta' la generosa offerta dello stato che suo padre ha servito sino alla morte.
Per quanto riguarda l'assassinio dell'anarchico Pinelli, Calabresi dipinge suo padre come un amico della vittima, il quale, come ha testimoniato anche Marco Pannella in un'aula di tribunale, lo indicava come "una bravissima persona", gli faceva regali e gli permetteva di marciare al suo fianco ai cortei. Il giornalista ci ripropone, poi, quella che e' la tesi ufficiale: un semplice, sciagurato, malore.
Per smontare tutte le teorie accusatorie, fra cui quelle del colpo di karate e del siero dell verita', Mario ci racconta di un incontro privato avuto con Gerardo D'Ambrosio, uno dei giudici che indagarono sulla strage di Piazza Fontana e che emisero la sentenza che scagiono' la matrice anarchica; quest'ultimo snocciola tutte le prove, oggettivamente credibili, raccolte negli anni a favore dell'innocenza del commissario della questura di Milano, tra le quali alcune voci che testimoniano la sua lontanza dalla stanza dell'interrogatorio al momento della disgrazia, e spiega come le vere cause del defenestramento del povero Pinelli sembrino esser state il digiuno, i tre giorni ininterrotti passati in caserma, i lunghi interrogatori, lo stress ed il famoso caldo di quella notte. Tutti questi fattori portarono alle vertigini ed al malore del ferroviere, che si accascio' sul davanzale per poi finire quattro piani piu' sotto, spiaccicato sull'asfalto.
Personalmente, con gli anni ho imparato a dubitare di ogni verita', venga essa dagli amici o dai nemici, e quindi ho letto con curiosita' questi capitoli, da convinto accusatore del commissario Calabresi, scoprendomi anche piu' ignorante in materia di quanto credessi. Alla fine, comunque, continuo a non sapere cosa credere: le indagini della magistratura risultano onestamente credibili ma mi permetto comunque di obiettare che, anche senza qualcuno a lanciarlo fisicamente giu' dalla finestra, il povero Pino e' pur sempre morto innocente, ucciso dai metodi della polizia e dello stato e dal loro pietoso tentativo di addossare la colpa di un attentato fascista a chi piu' gli tornava comodo per i loro giochi di potere e di paura.
Tornando a "Spingendo La Notte Piu' In La'", il libro affronta anche il tema del "reinserimento" dei terroristi, che una volta scontata la pena si ritrovano ad essere coccolati dai media e dall'opinione pubblica come "eroi romantici", individui che hanno fatto cio' che han fatto perche' "la storia voleva cosi'"; si parla delle scarcerazioni anticipate, delle grazie, dei ruoli istituzionali assegnati ad ex-brigatisti o presunti stragisti di destra. Il tutto, ovviamente, osservato dalla parte dei parenti delle vittime, che si sentono morire un'ennesima volta nel vedere l'assassino di un proprio caro uscire anticipatamente dalla galera, o raccimolare fortune grazie ai servizi televisivi.
La mia opinione a riguardo e' abbastanza scontata: la vendetta non fa parte della giustizia e privare un individuo della propria liberta' per 10 o 20 anni piuttosto che per 40 o 50, non fa' tornare in vita i morti, non cancella i torti della storia e sicuramente non insegna niente a nessuno. E' solo il vile modo che ha la societa' per sentirsi "al sicuro", per proteggere la normalita' costituita e punire chiunque decida di vivere al di fuori di essa. Il discorso, pero', e' delicato e sottile e, nonostante la mia premessa, rimane un punto fermo del mio modo di vedere le cose (e spero anche di quello di voi altri la' fuori) che qualunque azione ferisca, uccida o vada a rovinare o intaccare la vita di un altro essere umano, per quanto lo si possa bollare come "nemico" (della patria, dell'ideale, della rivoluzione, di quel che volete voi), sia deprecabile e sbagliata, qualsiasi sia l'ideale che ci si tiene annodato attorno al cuore.
Come ho sentito, a grandi linee, dire a Mario Calabresi in un'intervista televisiva (credo a "Niente Di Personale", su La7 condotto da Antonello Piroso): "Chi uccide e chi prende la strada della lotta armata e' libero di decidere, mentre chi muore non ha scelta". L'unica vita di cui dovremmo disporre liberamente, quindi, sempre a mio modesto avviso, e' la nostra, e chi vuole sacrificarsi interamente per una qualche ideologia ha la facolta' di farlo mettendo in gioco solo la propria pelle, per quanto disprezzabile possa essere quella dell'avversario di turno.
Comprendo e rispetto, quindi, il dolore e la rabbia dei parenti delle vittime di fronte a certi accadimenti, perche' e' un dolore umano e vivissimo, ma non posso certo affermare che alimentare la spirale d'odio possa essere un buon modo per arrivare, prima o poi, ad un qualche cambiamento.
Proprio su questo piano di cose si pone il secondo filo conduttore del libro, nascosto tra le righe: la figura umana di Mario Calabresi e di tutta la sua famiglia. Il giornalista e', a mio modo di vedere, un uomo veramente unico e coraggioso. Un grande uomo, mi verrebbe da dire, dopo aver letto cio' che scrive ed averlo sentito parlare in televisione. Un uomo che mi piacerebbe definire semplicemente "buono", perche', come diceva De Andre', "Inumano e' pur sempre l'amore // di chi rantola senza rancore // perdonando con l'ultima voce // chi lo uccide fra le braccia d'una croce". Calabresi e' un uomo che ha sofferto profondamente, oltre quanto io possa sinceramente immaginare, ma ha scelto la via della comprensione, dell'intelligenza, del confronto e della vita; una strada che richiede una forza immensa, di testa e di cuore, per poter essere percorsa. Una strada che molti nella sua stessa condizione, come suo fratello ad esempio, non hanno voluto o avuto il carattere di scegliere.
L'autore parla con serenita' e con pacatezza degli anni di piombo, dell'omicidio di suo padre e della campagna mediatica portata avanti da Lotta Continua, che probabilmente lo condanno' a morte. Ne parla in maniera tanto distaccata, ma al tempo stesso piena di ricordi e sentimenti, da risultare certe volte incredibile. Dopo l'assassinio del padre avrebbe potuto chiudersi nel suo bozzolo e decidere di odiare tutti coloro ne stavano all'esterno, ma invece e' riuscito a continuare a vivere, a continuare a lottare, ma non in nome di un odio cieco e senza via d'uscita.
Il comportamento di tutta la sua famiglia e' straordinario: la povera madre e' riuscita a tirare fuori la testa dal suo male, ad innamorarsi di un uomo di estrema sinistra, Tonino Milite, per giunta pittore e poeta (non certo poliziotto), ed a superare una montagna di ostacoli e differenze: quelle stesse differenze che hanno ucciso Giuseppe Pinelli e suo marito, Luigi Calabresi. Si e' risposata, ha avuto un altro figlio, Uber, ed e' riuscita ad imparare la dimenticata arte del confronto, dell'umanita' e dell'uguaglianza, quella vera, che tiene a mente anche le diversita'. Forse, in fondo, tutta quella sofferenza e' servita a questo.
Tirando le somme, "Spingendo La Notte Piu' In La'" e' un libro, comunque, piacevole e ben scritto, oltre che sufficientemente corto; e' un'opera che tutti noi, giovani, anarchici, comunisti, fascisti ma anche italiani-medi-ignoranti dovremmo leggere, per capire veramente gli errori del passato (quelli di cui non si parla a scuola e si parla poco anche in tv) per evitare che la storia continui, schifosamente, a ripetersi. Mario Calabresi e' un uomo che, sua sfortuna, ha veramente la capacita' e le prove per dare un senso a tutte quelle frasi vuote, sentite e stra-sentite, che raccontano della "forza dell'amore" e dell'arbitrarieta' della scelta tra sofferenza e felicita'. Insomma, quello che ho tra le mani e' un bel libro, sincero e singolare, scritto in maniera pulita e semplice, che unisce un importante affresco storico ad un'inusuale insegnamento umano.
Semplicemente da leggere, in onore di tutti i morti innocenti.
sberla54
.NOTA.
Il titolo del libro viene da dei versi del gia' citato Tonino Milite, raccolti nell'antologia "L'Intermittenza Del Giallo": "Passa una vela, spingendo la notte piu' in la'"
.PER L'ACQUISTO.
Potete acquistare il libro su IBS a 14,50 euro.
Su CentoLibri (portale Mondadori), invece, e' disponibile anche la versione con in allegato il dvd dello spettacolo di Luca Zingaretti, ispirato al libro; il tutto a 19 euro.
.ALCUNE DELLE VITTIME DEL TERRORISMO CITATE NEL LIBRO.
Giuseppe Pinelli - Ferroviere anarchico, ucciso il 15 dicembre 1969.
Luigi Calabresi - Commissario di polizia, ucciso il 17 maggio 1972.
Aldo Moro - Presidente del partito della Democrazia Cristiana, ucciso il 9 maggio 1978.
Antonio Custra - Poliziotto della celere, ucciso il 14 maggio 1977.
Luigi Marangoni - Dottore e direttore sanitario del Policlinico di Milano, ucciso il 17 febbraio 1981.
Marco Biagi - Professore, economista e giurista, ucciso il 19 marzo 2002.
Massimo D'Antona - Giurista e docente, ucciso il 20 maggio 1999.
Carlo Casalegno - Giornalista de "La Stampa", ucciso il 29 novembre 1977.
.VIDEO.
Mario Calabresi - Ricordo di Luigi Calabresi a Ballaro'
Intervista a Mario Calabresi
.LINKS.
1977 su Wikipedia
Lista delle vittime degli anni di piombo e della strategia della tensione su Wikipedia
Cronologia delle vittime italiane del terrorismo nel secondo dopoguerra su Wikipedia
Mario Calabresi su Wikipedia
Omicidio Calabresi su Wikipedia
Strage di Piazza Fontana su Wikipedia
Gli anni di piombo su Wikipedia
Il terrorismo italiano su Wikipedia
Foto di Giuseppe Memeo, con la Beretta in mano, mentre spara durante gli scontri del 12 maggio 1977 a Milano
Le Brigate Rosse su Wikipedia
I Proletari Armati Per Il Comunismo su Wikipedia


















12/06/2008, 13:18
Premesso che non ho letto il libro e non mi interessa leggerlo, mi incuriosiscono almeno un paio di passaggi:
1) dici:
"Per quanto riguarda l'assassinio dell'anarchico Pinelli, Calabresi dipinge suo padre come un amico della vittima, il quale, come ha testimoniato anche Marco Pannella in un'aula di tribunale, lo indicava come "una bravissima persona", gli faceva regali e gli permetteva di marciare al suo fianco ai cortei. Il giornalista ci ripropone, poi, quella che e' la tesi ufficiale: un semplice, sciagurato, malore.
Per smontare tutte le teorie accusatorie, fra cui quelle del colpo di karate e del siero dell verita', Mario ci racconta di un incontro privato avuto con Gerardo D'Ambrosio, uno dei giudici che indagarono sulla strage di Piazza Fontana e che emisero la sentenza che scagiono' la matrice anarchica; quest'ultimo snocciola tutte le prove, oggettivamente credibili, raccolte negli anni a favore dell'innocenza del commissario della questura di Milano, tra le quali alcune voci che testimoniano la sua lontanza dalla stanza dell'interrogatorio al momento della disgrazia, e spiega come le vere cause del defenestramento del povero Pinelli sembrino esser state il digiuno, i tre giorni ininterrotti passati in caserma, i lunghi interrogatori, lo stress ed il famoso caldo di quella notte. Tutti questi fattori portarono alle vertigini ed al malore del ferroviere, che si accascio' sul davanzale per poi finire quattro piani piu' sotto, spiaccicato sull'asfalto".
Intanto D'Ambrosio è quel bel tomo di magistrato che s'è dovuto inventare quella vergogna giuridica che porta il nome di "malore attivo", per cercare di dare uno straccio di spiegazione ad un fatto inspiegabile:
se Pinelli si fosse sentito male e si fosse accasciato, come dici, come avrebbe fatto superare una ringhiera di oltre 1,50 m?
Ci sono fior fior di controinchieste che dimostrano che Pinelli non si è sentito male, ma che o si è buttato o l'anno buttato.
2)
continui a parlare di "anni di piombo", facendo riferimento a tutti gli anni '70.
Gli anni '70 non sono gli "anni di piombo", che se proprio vuole decidere di usare questa dicitura vergognosa oltre che reazionaria, lo si può fare partendo al massimo dal 1978 - '79; fino ad allora si può parlare di "strategia della tensione", visto che ad continuare a morire a centinaia erano cittadini inermi e militanti di sinistra. Ammazzati in primis dai "servitori dello stato" (varie persone sono state rinviate a giudizio, proprio in questi giorni, per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, tra cui il generale Delfino), o poi dai loro complici fascisti.
Gli anni '60 - '70 sono stati anni di liberazione, di gioia, di conquiste culturali, sociali e politiche. Tali da spingere lo stato e i suoi "servitori", i suoi servi, a mettere bombe, ad ammazzare innocenti, a creare uno stato di polizia.
Mi permetto di consigliarti la lettura del "Libro bianco sulla Legge Reale", in cui si fa l'elenco delle centinaia di morti ammazzati per mano dei "servitori dello stato" tra il 1975 e il 1990 (quindi ben al di là degli "anni di piombo").
Saluti
12/06/2008, 13:24
Il link per il libro bianco di cui sopra:
http://isole.ecn.org/lucarossi/625/625/
Dopo di ché, già che ci sono, ti consiglio di cercarti il libro "LE TORTURE AFFIORATE", 1998, p. 392, Euro 25,82 ISBN 88-86323-22-0 sulle torture ricevute da tanti militanti degli anni '70. Torture denunciate anche da Amnesty International.
Per il periodo che va dal 1945 fino ai giorni nostri, vedi un po':
http://isole.ecn.org/...umenti/omicidi_distato.php
e
http://www.piazzacarlogiuliani.org/pernon_1.htm
Che servizi, questo stato...
12/06/2008, 13:52
Immaginavo che il primo commento, se e quando fosse arrivato, sarebbe stato di polemica.
Per caso e per assurdo segui il blog da tempo o e' il primo mio articolo che leggi? Perche' non mi pare di fare divulgazione reazionaria, filo-statale o chissa' cos'altro.
Cmq andiamo per punti:
01) Ho detto che credo a D'Ambrosio e Calabresi figlio? O ho detto solo che non so a chi credere, perche' "credere" gia' di per se e' una parola senza senso che mi fa schifo pronunciare? Raccontata come la raccontano nel libro sembra quadrare...anche se sto malore e' veramente assurdo...ma e' ovvio che ognuno fa quadrare la storia a seconda di come gli torna comodo raccontarla. O sbaglio? O le "nostre" indagini sono sempre meglio delle "loro"?
02) E' importante chiamarli "Anni di Piombo" piuttosto che "Anni della strategia della tensione" piuttosto che "1977 e dintorni"? E' veramente cosi' importante? Perche' a me, sinceramente, non me ne fotte granche'....m'importa delle persone, dei morti, di quel che e' successo...non dei termini che qualcuno con un lavoro che invidio ha deciso d'inventare. Vogliamo continuare a farci le seghe da intellettuali?
Ad ogni modo, spero capirai il mio nervosismo.
Mi segno il libro gratuito di Luca Rossi (peccato che non si leggano le accentate :/) e daro' un occhio agli altri links, anche se credo ricalchino quelli che ho preso da wikipedia.
Pero' se esordisci cosi', "Premesso che non ho letto il libro e non mi interessa leggerlo", mi chiedo sinceramente cosa sto qui a risponderti a fare. Perche', evidentemente, tu sei uno che la sa piu' lunga di tutti.
Sulle torture in italia ho letto e recensito "La Tortura Nel Bel Paese", edizioni Malatempora. Se non l'hai ancora letto dacci un'occhiata...credo che la situazione dagli anni '70 ad oggi sia cambiata poco, da quel punto di vista....
28/06/2008, 00:17
Ciao Sberla, capisco il fatto che tu non sminuire il dolore di un figlio che ha perso il padre e tutto quello che ne consegue, però cosi facendo rischi di far passare l'idea che tutti i morti sono uguali, mentre Calabresi non era innocente, tuttaltro.
La violenza è detestabile, ma spesso chi è oppresso non ha altra scelta e non si può mettere sullo stesso piano la violenza dello Stato con la violenza dei rivoluzionari se no si finisce a fare dei discorsi alla PANSA del tipo "fascisti e partigiani erano la stessa cosa, i morti non hanno colore, ecc..."
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SULLE RESPONSABILITA' MATERIALI DI CALABRESI NELLA MORTE DI PINELLI LEGGITI QUESTO SCRITTO TRATTO DA CARMILLA ONLINE.COM
Come morì Giuseppe Pinelli?
Testimonianza di Pasquale Valitutti
Pinelli.jpg[La settimana scorsa è andato in onda su Rai Tre un "Ballarò speciale" che aveva tra i protagonisti Mario Calabresi, corrispondente da New York de La Repubblica, figlio del commissario Luigi Calabresi e autore del libro di grande successo Spingendo la notte più in là, Mondadori, 2007. Posto che è giusto che un figlio difenda la memoria del padre, certe affermazioni, come quella relativa all'assenza di Luigi Calabresi dalla stanza da cui cadde, il 15 dicembre 1969, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli - incolpato della strage di Piazza Fontana, di cui era innocente - sono più controverse di quanto la trasmissione facesse trasparire. Ecco, per esempio, la testimonianza resa a suo tempo dall'anarchico Pasquale Valitutti, arrestato con Pinelli. Alcune considerazioni in appendice.] (V.E.)
Io sottoscritto Pasquale Valitutti dichiaro che: giunto in questura all'ufficio politico verso le ore 11 di sabato 13 dicembre, sono rimasto due o tre ore in sala d'attesa. Spostato quindi nel salone seguente quello dove vi è la macchina del caffè ho visto Pinelli seduto vicino ad Eliane Vincileone.
In seguito, da informazioni datemi da Sergio Ardau e dallo stesso Pinelli ho saputo che Pinelli era stato fermato venerdì sera e interrogato lungamente nella stessa serata di venerdì. Nella notte di venerdì non aveva dormito. Pinelli mi è parso seccato e stanco, ma in condizioni normali. Mi ha parlato del suo alibi e mi è apparso sicuro. Più tardi gli è stata fatta una sfuriata da parte di un agente, che saprei riconoscere, perché aveva gettato della cenere per terra (numerosi i testimoni) e lui si è chinato a raccoglierla.
Più tardi, a sera inoltrata, per ordine di Calabresi siamo stati divisi nella stanza in tavoli diversi, mentre Pinelli e Moi sono stati fatti mettere nella stanza del caffè.
Verso le 24 sono stati fatti andare via tutti gli altri e siamo rimasti io, l'Eliane e Lorenzo. In seguito io e Lorenzo siamo stati portati in cella di sicurezza: non ho più visto Pinelli fino alla domenica dopo pranzo, mi ha detto che lo avevano interrogato la notte di sabato e fatto riposare qualche ora in camera di sicurezza nella giornata di domenica. Nel frattempo io ero stato interrogato e mi avevano portato nel mio abbaino per una perquisizione. Domenica pomeriggio ho parlato con Pino e con Eliane e Pino mi ha detto che facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all'ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un'altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevavo fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutti il giorno nella stessa stanza, quella del caffè e abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto signicative. Io gli ho detto: "Pino, perché ce l'hanno con noi?" e lui molto amareggiato mi ha detto: "Si, ce l'hanno con me". Sempre nella serata di lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha detto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guarda dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente il più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo quasta precisa impressione.
Dopo un po', penso verso le 11.30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora li e che lo stessero picchiando. Dopo un po' di tempo c'è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando "si è gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli; mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio.
[Perché alla testimonianza di Valitutti - ribadita anche di recente dallo stesso Valitutti in un intervento al centro sociale Leoncavallo di Milano, non fu dato peso? In sede processuale fu contrastata da quelle degli altri poliziotti presenti nell'ufficio di Luigi Calabresi: non esattamente testi "neutri", e tuttavia dotati di un peso istituzionale che un semplice anarchico non poteva avere.
Sia questi poliziotti che il commissario Calabresi sostennero, finché fu possibile, che Pinelli si era suicidato, gettandosi dalla finestra al grido di "E' morta l'anarchia!". In pratica un'ammissione di colpa.
Uno dei poliziotti disse persino di avere cercato di trattenerlo, e che una scarpa gli era rimasta in mano. Versione che dovette essere ritrattata quando si scoprì che Pinelli aveva tutte e due le scarpe ai piedi; che era caduto non per un salto, ma rasente alla parete, rimbalzando addirittura sul frontone; e, infine, quando risultò chiaro che era perfettamente innocente.
Al processo il giudice D'Ambrosio concluse per una morte da "malore attivo". Prendiamo la versione per buona (sorvolando sul fatto che Pinelli era basso di statura, e che la balaustra della questura di Milano era più alta del suo baricentro; per cui uno svenimento non sarebbe bastato a squilibrarlo).
Proprio il "malore attivo" inficia una delle tesi di Mario Calabresi a favore del padre. Mario Calabresi dice che il commissario Luigi e Pinelli erano quasi amici, si scambiavano libri.
Be', una certa familiarità poteva instaurarsi, a quei tempi, tra forze dell'ordine e contestatori. Però dovette essere una ben strana amicizia, se l' "amico" poliziotto trattenne (per affetto?) illegalmente un innocente per tre giorni, se fu l'ultimo a interrogarlo, e se il "malore attivo" si manifestò immediatamente dopo. Secondo D'Ambrosio il misterioso malore fu dovuto al prolungato digiuno, alla mancanza di sonno e alle troppe sigarette fumate a stomaco vuoto. Ma come? L'amico Calabresi teneva a digiuno il suo vecchio compare?
Mario Calabresi dice che il padre fu il capro espiatorio scelto dai superiori. Può darsi, non è difficile credergli. E senz'altro fu un ingranaggio di un sistema. Ciò lo rese bersaglio di un delitto ingiustificabile.
Ma Mario Calabresi si spinge oltre, accusando di complicità oggettiva una serie di intellettuali, da Dario Fo, a Umberto Eco, ad Alberto Moravia, a Elio Petri. Nella trasmissione è stato omesso un nome, quello di Camilla Cederna. Accorsa sul luogo in cui si sfracellò Pinelli e tra le prime a contestare la versione fornita dalla polizia. Autrice di un libro, Una finestra sulla strage, oggi scomodissimo. Non è "militante" quanto la controinchiesta La strage di Stato, ma proprio per questo ebbe peso maggiore nell'ambito culturale italiano.
Quanto alla campagna di Lotta Continua contro Calabresi (il commissario), fu forsennata perché eccessivamente personalizzata. Grave vizio di LC e di altri groupuscules, come la Gauche Proletarienne in Francia. Tuttavia forse cercava di spezzare l'immunità totale di cui gode da sempre, in questo paese, chi uccida o conduca alla morte un militante di sinistra. Potrei partire dai braccianti di Avola e Battipaglia, ma chi li ricorda più? Mi limito a dire che, negli anni di piombo, le vittime del terrorismo di sinistra furono circa 130. I colpevoli furono colpiti con ogni rigore. Invece i militanti di sinistra uccisi - includendo terroristi, non terroristi, gente che non c'entrava nulla - furono una sessantina. Nessuno di coloro che li uccisero è mai stato punito. E qui tralascio le varie stragi, da Piazza Fontana in poi. E le violenze sui no global di Genova o Napoli.
Spero in un futuro "Ballarò Speciale" che intervisti le figlie di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, innocente delle accuse, trattenuto illegalmente in questura dal suo amico Calabresi, colto da "malore attivo", caduto come un peso morto da una balaustra che gli arrivava quasi al petto.
Spero, ma una vocina mi dice che un "Ballarò" così non lo faranno mai.] (V.E.)
28/06/2008, 15:30
Ciao!
Grazie per avermi fatto leggere questa testimonianza...non ne sapevo niente...
La lascio nei commenti, cosi' se qualcuno passa di qui magari la legge...mi piacciono anche le considerazioni della redazione, in fondo al pezzo...anzi, guarda, gia' che ci sono aggungo anche il link alla fonte, che e' questo:
http://www.carmillaonline.com/...08/01/002526.html
Non e' mia intenzione sostenere che i morti sono tutti uguali, ne' che Calabresi era un sant'uomo estraneo ai fatti...vorrei soltanto raccontare vari punti di vista...il "nostro", rafforzato anche dalla testimonianza che mi hai postato, lo condividiamo gia' in tanti e tanti ne hanno sentito parlare...dell'altro punto di vista, espresso da Mario Calabresi io personalmente non ne sapevo assolutamente nulla (sentenze e perizie incluse) e mi ha incuriosito.
Mi sa anche che appena trovo il tempo mi leggero' "Pinelli. Una finestra sulla strage" di Camilla Cederna...e magari scrivo 2 righe anche su quello...(il libro si trova facilmente in rete: http://www.ibs.it/...lla/pinelli-una-finestra.html)
Per il resto, fascisti e partigiano non erano, non sono e non saranno mai uguali.
30/06/2008, 00:33
per completare la lista dei punti di vista sull'affaire Calabresi-Pinelli c'è anche il libro di A.M. Bonanno, "IO SO CHI HA UCCISO IL COMISSARIO LUIGI CALABRESI"
http://www.edizionianarchismo.net/...missario.html